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Le parole delle leggi elettorali

Coalizione

Quando più liste elettorali si uniscono in un raggruppamento si parla di coalizione.

In genere, nei sistemi maggioritari, le liste si coalizzano prima del voto allo scopo di vincere le elezioni, laddove invece presentandosi da sole non ne avrebbero ragionevolmente speranza.

Nei sistemi proporzionali, al contrario, le liste concorrono separatamente e solo dopo il voto, qualora nessuna abbia conseguito da sola la maggioranza dei seggi, si cercano accordi politici che possono ricondurre a una coalizione di governo.

Collegio

Per collegio elettorale si intende l’ambito territoriale nel quale vengono eletti dei rappresentanti. Nei referendum nazionali, poiché si tratta di decidere sopra una domanda mediante un sì o un no, e per decidere se hanno vinto i sì oppure i no bisogna contare tutti i voti in tutta Italia, l’intero corpo elettorale costituisce un unico collegio nazionale. Nelle elezioni politiche, in cui si tratta di eleggere numerosi candidati (in Italia sono 630 per la Camera e 315 per il Senato), il corpo elettorale viene diviso in più collegi, a ciascuno dei quali viene assegnato un seggio (uninominale) o più seggi (plurinominale). ln astratto è possibile che anche nelle elezioni politiche esista un unico collegio nazionale: ciò significherebbe che tutti gli elettori votano contemporaneamente per tutti i seggi da ricoprire (quindi per una lista di 630 candidati alla Camera e 315 al Senato). Sta di fatto che quasi tutti i sistemi elettorali nazionali praticati nel mondo dividono il corpo elettorale in più collegi, e assegnano una quota-parte dei seggi da ricoprire a ciascun collegio. Così in Italia per la Camera dei deputati esistono 32 collegi (chiamati circoscrizioni), di diversa grandezza, a ciascuno dei quali viene assegnata una quota-parte dei seggi in proporzione alla popolazione (cioè, se un collegio ha il 10% della popolazione italiana, ad esso spetta il 10% dei seggi della Camera).

L’ampiezza del collegio, soprattutto in assenza di meccanismi di recupero dei voti, può influenzare il grado di proporzionalità di un sistema elettorale.
Nel collegio uninominale, se non esistono correttivi, chi vince prende il seggio, e tutti gli altri è come se non avessero ricevuto neanche un voto.
ln un collegio con due seggi, i primi due vincono, e gli altri di nuovo non contano nulla; e così via.
Nel collegio unico nazionale invece, poiché i posti in palio sono numerosi, anche i piccoli partiti, sommando insieme tutti i voti raccolti in tutta Italia, riescono a mettere insieme tanti voti da ottenere un seggio.
Nei sistemi proporzionali, tanto minore è il numero dei seggi in palio in un collegio, tanto maggiore sarà la percentuale di voti necessaria a conseguire un seggio. In Spagna, ad esempio, in media ci sono a disposizione sette seggi per ogni collegio e non vige un meccanismo di recupero dei resti, quindi esistono enormi disparità tra i voti che sono sufficienti per essere eletti in un collegio grande come a Madrid e quelli che invece occorre avere in uno dei tanti collegi molto piccoli e con pochi seggi in palio. Pertanto, l’aumento del numero dei collegi a parità di parlamentari, e quindi la riduzione del numero di seggi medi per collegio, produce una soglia di sbarramento di fatto.

Corpo Elettorale

Con l’espressione corpo elettorale si designa l’insieme delle persone che hanno diritto a partecipare a una votazione, e in particolare a una elezione.
Il corpo elettorale per la Camera dei deputati è composto da tutti i cittadini, maschi e femmine, che hanno compiuto 18 anni; quello del Senato invece è composto da tutti cittadini che hanno compiuto 25 anni. Per le elezioni dei Consigli comunali e regionali, del Parlamento Europeo e per le votazioni referendarie è sufficiente essere maggiorenni.

Doppio Turno

Si designa così quel sistema che prevede la possibilità (o talvolta la necessita) che si voti due volte consecutivamente. Ne esistono diverse versioni.
Per il Parlamento, il più conosciuto è quello francese. Il sistema è a collegio uninominale e vince al primo turno il candidato che ottiene il 50% dei voti. Se nessuno ottiene tale cifra, si vota dopo una settimana, escludendo però i candidati che non hanno superato il 12,5% (e ovviamente quelli che si ritirano), e vince il candidato che ottiene più voti. Questo può spingere i partiti più vicini a coalizzarsi al secondo turno, creando in generale due blocchi, ciascuno con un solo candidato.
In Italia, il doppio turno è impiegato per le elezioni comunali sopra i 15.000 abitanti e vi accedono solo i due candidati sindaci che hanno ottenuto più voti al primo turno.
Il secondo turno però può essere usato anche per altri scopi: ad esempio per dare un premio di maggioranza al partito o blocco di partiti che giunge primo nel secondo turno.

Lista bloccata

Laddove esiste un collegio plurinominale, la legge potrebbe prevedere che gli elettori votino solo per le liste e che invece i candidati siano iscritti dai presentatori delle liste in un ordine di preferenza, in modo che riescano eletti seguendo quest’ordine senza che l’elettore possa influire nella scelta.

Lista Elettorale

È un elenco di persone che si candidano insieme, presentando un programma e un simbolo comune, nell’ambito di una competizione elettorale, al fine di ricoprire una carica elettiva.
Ogni singola lista può corrispondere a un singolo partito, ma può anche rappresentare più partiti o movimenti politici, o anche semplicemente un insieme di candidati non iscritti a nessuna formazione politica.

Maggioritario

È maggioritario quel sistema elettorale che attribuisce alle singole liste elettorali o alle coalizioni di liste un numero di seggi significativamente maggiore o minore alla percentuale dei voti ricevuti.
Facciamo un’ipotesi: se una lista con il 40% dei voti ottiene il 50% dei seggi, e viceversa un’altra lista, nelle stesse elezioni, con il 30% dei voti ottiene il 20% dei seggi, il sistema è sicuramente maggioritario.
Come si vede, ed è inevitabile, il sistema è maggioritario per la lista che vince (o per le poche liste maggiori), e automaticamente diventa “minoritario”, per così dire, per le liste minori. Una vera linea di confine tra sistemi maggioritari e sistemi proporzionali non esiste.
l sistemi maggioritari, come del resto i proporzionali, sono teoricamente infiniti. ln pratica prevalgono alcuni tipi di base (a parte le varianti più minute). Presentiamo qui le tre varianti principali, tutte caratterizzate da una distorsione elevata del voto dei cittadini.

Il sistema basato sul collegio uninominale in senso forte è tipico della Gran Bretagna.
Ogni singolo seggio corrisponde a un collegio e viene vinto dal candidato della lista che arriva primo in quel collegio. In genere premia il partito che ha più voti a livello nazionale, ma, essendo i seggi assegnati sulla base di chi arriva primo nei singoli collegi ed essendo questi ultimi di diversa entità demografica, può succedere persino, come accadde nel 1951, che ottenga più seggi il secondo partito, perché è riuscito a vincere in più collegi. È un sistema che, inoltre, favorisce i partiti territoriali, radicati fortemente in qualche dimensione locale.

Il sistema con collegio uninominale a doppio turno è tipico della Francia.
Se nessun candidato raggiunge il quorum previsto nel primo turno, si vota una seconda volta, ammettendo solo i primi due classificati o quelli che hanno superato al primo turno un certo numero di voti (in Francia il 12,5%), e vince il seggio chi arriva primo al secondo turno. Anche in questo caso non si può calcolare in anticipo quanti seggi in più o in meno rispetto al proporzionale riceve una lista: tutto dipende dal voto e dalle alleanze che si creano nel secondo turno.

Il sistema, quale che sia il tipo di collegio, con premio di maggioranza, è, in una delle sue varianti, quello che ha caratterizzato l’Italia nelle ultime tre elezioni politiche (2006, 2008, 2013) e che è stato recentemente abrogato in Grecia, unico altro paese europeo che lo aveva.
La lista, o la coalizione di liste, che ottiene più voti, ha un premio in seggi (cosicché questa lista o coalizione di liste ottiene più seggi di quanti gliene spetterebbero in base al proporzionale, e gli altri automaticamente ne ottengono meno del proporzionale).
Questo sistema poi può aver infinite varianti, combinandosi, ad esempio, con il doppio turno: in questo caso però chi vince il premio può non essere chi è arrivato primo nel primo turno e il premio stesso diventa ancora più ingente rispetto ai voti reali del primo turno.
Il premio può essere tale da garantire istituzionalmente che comunque la lista o la coalizione che ottiene più voti ottenga la maggioranza assoluta in seggi (se una lista ad esempio è prima col 35% dei voti, ottiene tanti seggi in più da raggiungere il 55% dei seggi), oppure può essere un premio che non garantisce il raggiungimento di tale quota ma assegna un mero bonus, favorendo così indirettamente l’approssimarsi o il raggiungimento pieno della maggioranza dei seggi.

Vi possono poi essere combinazioni tra sistemi maggioritari e sistemi proporzionali: ad esempio una parte dei seggi viene attribuita col sistema a collegio uninominale in senso forte (ad un solo turno, o secco, come si dice nel linguaggio politichese, col doppio turno), una parte viene attribuita col sistema proporzionale di lista. Il risultato finale in generale è imprevedibile, perché dipende dal voto. Però è ben difficile che un sistema misto si avvicini al sistema proporzionale, ed è molto più probabile che rientri tra i sistemi maggioritari.

Mozione di fiducia

È il documento con cui, o all’inizio, o anche nel corso del rapporto, il Parlamento esprime fiducia al Governo (e cioè dichiara di condividere il programma del Governo, di essere convinto che il Governo sarò capace di attuarlo, e di essere pronto ad approvare le leggi necessarie per l’attuazione di tale programma). La mozione di fiducia iniziale è in ltalia obbligatoria, nel senso che entro dieci giorni dalla nomina il Governo deve presentarsi alle Camere e deve chiedere la fiducia.

Mozione di sfiducia

Si chiama così il documento con il quale una Camera esprime la sfiducia nei confronti del Governo in carica, obbligandolo a dimettersi (salvo il caso della sfiducia costruttiva). Nella pratica però i partiti provocano le dimissioni del Governo in altri modi (ad esempio, dichiarando di uscire dalla maggioranza).

Plurinominale

Nel collegio plurinominale al collegio sono assegnati più seggi e, in alcuni sistemi elettorali, l’elettore può votare per più di un candidato della stessa lista.
Nelle elezioni politiche però si usa il collegio plurinominale di lista, cioè un sistema in cui i candidati sono già raggruppati in liste, e l’elettore vota anzitutto e soprattutto la lista elettorale che preferisce, e solo eventualmente indica le sue preferenze entro la lista.
I seggi vengono anzitutto assegnati alla lista, e, qualora le liste non siano bloccate, vengono eletti i candidati della lista che hanno ottenuto maggiori preferenze.
Il collegio plurinominale di lista è quello che meglio si concilia con il sistema proporzionale. Tuttavia, i sistemi maggioritari con premio di maggioranza sono anch’essi basati sul collegio plurinominale di lista.

Preferenza

(Voto di preferenza) Laddove esiste un collegio plurinominale, la legge potrebbe consentire all’elettore di esprimere una o più preferenze per scegliere i candidati all’interno delle liste elettorali.

Premio di maggioranza

Si chiama così quel pacchetto di seggi che viene attribuito a una lista o a una coalizione arrivata per prima, in aggiunta ai seggi che quella lista o quella coalizione ha ottenuto in base ai voti effettivamente ricevuti.
Così, per fare un esempio, se una lista o una coalizione ha ottenuto il primo posto con il 40% dei voti, le vengono regalati altri seggi a danno delle altre liste, in modo da raggiungere lo maggioranza assoluta dei seggi (o quantomeno di avvicinarsi ad essa, come avveniva nel sistema elettorale da poco abbandonato dalla Grecia).
Quando è previsto un premio di maggioranza, per quanto la distribuzione dei seggi al di fuori del premio possa avvenire in modo proporzionale tra le liste in base ai risultati, si ha comunque un sistema a impianto maggioritario.

Questione di fiducia

È la dichiarazione del Governo con la quale questo, prima di una votazione, avvisa l’assemblea che se il voto sarò contrario alla proposta del Governo esso si dimetterà. ln tal modo tutti i partiti di maggioranza sono costretti a scegliere: o seguire le proprie intenzioni e provocare la caduta del Governo, o votare come vuole il Governo, rinunciando eventualmente alle proprie posizioni.
È questo il metodo cui i governi hanno negli ultimi anni sempre più spesso ricorso per far passare decreti che temevano non ottenessero tutti i voti dei deputati appartenenti ai gruppi parlamentari della coalizione governativa.

Quorum

Nelle votazioni quasi sempre sono previsti i cosiddetti quorum, e cioè dei numeri minimi di presenti e/o di votanti e/o di voti validi, al di sotto dei quali la votazione non è valida o non dà esito: si vuole impedire in tal modo che decisioni importanti vengano adottate da un numero di persone troppo piccolo, e quindi politicamente e socialmente non significativo.
In Italia, perché siano validi un referendum o una elezione amministrativa nella quale si presenta una sola lista (può accadere nei comuni molto piccoli) il numero dei partecipanti al voto deve superare il quorum del 50% del corpo elettorale. Nelle elezioni dei comuni maggiori di 15.000 abitanti, se nessuno dei candidati sindaco supera il 50% dei voti, si ricorre al doppio turno.

Quoziente elettorale

È il numero minimo di voti necessario per ottenere un seggio. Si chiama così perché, in generale, questo numero si ottiene dividendo la cifra complessiva dei voti validi in un certo collegio (che così costituisce il dividendo) per il numero dei seggi da assegnare (che così costituisce il divisore), e il risultato della divisione (cioè il quoziente) indica il numero dei voti necessari per ottenere un seggio.

Resti

(Recupero dei resti) - Nelle elezioni, soprattutto quelle con collegio plurinominale di lista, bisogna fare molte divisioni aritmetiche per conoscere il numero di seggi da attribuire a ogni singola lista. In un sistema proporzionale, dato il quoziente elettorale (e cioè il numero di voti necessari per ottenere un seggio), bisogna dividere la cifra totale dei voti ricevuti da una lista per tale quoziente elettorale. Se il quoziente elettorale è pari a 100.000 e una lista ha ottenuto 400.000 voti, tale lista ha ottenuto, come si vede subito, 4 seggi.
Se però il quoziente elettorale è 85.000 e la lista ha ottenuto 410.000 voti, la divisione di 410.000 per 85.000 dà 4 seggi con un resto di 70.000. Questo resto nel nostro caso corrisponde a circa 7/10 di seggio: ciò significa che esiste un’altra lista, o altre liste, che hanno egualmente ottenuto dei resti pari a circa 3/10 di seggio: mettendo insieme i resti si ottiene un seggio intero, ma questo seggio non può essere attribuito a nessuna lista, perché nessuna ha raggiunto il quoziente.
Nasce così il problema del recupero dei resti per attribuire i seggi che nessuna lista ha potuto conquistare. A questo scopo si possono usare vari meccanismi, ricordando però che non sono mai innocenti, perché favoriscono alcune liste a danno di altre.
Un meccanismo è quello di fingere che i seggi siano aumentati di 1 o di 2 (ma potrebbe essere usato un altro numero) rispetto al numero vero: in tal modo il divisore (il numero dei seggi) cresce di 1 o di 2, quindi il quoziente elettorale diventa più piccolo, e di conseguenza questo quoziente elettorale più basso entra meglio nella cifra complessiva ottenuta da una lista, attribuendo a esso più seggi di quanti ne avrebbe senza la correzione. Il marchingegno favorisce le liste più grandi (e le favorisce tanto di più quanto più aumenta il numero della correzione). Un altro sistema è quello di attribuire i seggi non assegnati ai maggiori resti, fino ad esaurimento: se una lista ha la sfortuna di avere sempre resti piccoli nei diversi collegi, resta sfavorito a favore di quelle che hanno resti alti.
Un altro sistema è quello di attribuire i seggi mediante un calcolo aritmetico che non dà resti. Il più noto è il sistema d’Hondt (o del massimo comun divisore). Ogni cifra elettorale di lista (il totale cioè dei voti ottenuto da una lista) viene diviso successivamente per 1, poi per 2, poi per 3, fino alla cifra dei seggi da assegnare in quel dato collegio. Tutti questi quozienti vengono messi in ordine decrescente, segnando accanto a essi il nome della lista a cui corrispondono. l seggi vengono assegnati alle liste con i maggiori quozienti fino a esaurimento.

Sbarramento

È così chiamato ogni meccanismo che impedisce al candidato o alla lista che ottiene meno di una certa percentuale di voti di concorrere al turno successivo o di partecipare all’assegnazione dei seggi. Ad esempio, in Francia il candidato che ottiene meno del 12,5% non può partecipare al secondo turno; in Germania le liste che non raggiungono il 5% dei voti non partecipano all’assegnazione dei seggi (favorendo così tutti gli altri partiti che hanno ottenuto più del 5% dei voti); in Italia, si sono sperimentate diverse soglie di sbarramento per l’assegnazione dei seggi, a seconda delle leggi elettorali e delle assemblee elettive.

Seggio

Si indica così ciascuno dei posti in Parlamento o in un consiglio elettivo locale ottenuti da una lista elettorale. In altri termini, a ogni seggio corrisponde un eletto.

Non va confuso con il seggio elettorale inteso come il luogo dove materialmente gli elettori si recano a votare.

Sistema parlamentare

Viene designata con questo nome quella forma di governo nella quale il potere esecutivo, che in Italia prende il nome di Consiglio dei Ministri, deve godere in ogni momento la fiducia del Parlamento.
Se il nuovo Governo non ottiene la fiducia dall'inizio, esso deve dimettersi e si procede alla nomina di un nuovo Governo, oppure, in alternativa, se non è possibile formare un Governo che disponga della fiducia parlamentare, si procede allo scioglimento del Parlamento e a nuove elezioni.
Se il Governo in carica, il quale quindi ha ricevuto la fiducia iniziale, riceve successivamente la sfiducia da parte del Parlamento, deve dimettersi (salvo il caso della cosiddetta sfiducia costruttiva, come in Germania e in altri paesi) e si procede alla nomina di un nuovo Governo, o, se non è possibile, allo scioglimento del Parlamento.

Sistema presidenziale

Si indica con questo nome quella forma di governo nella quale corpo elettorale elegge, per un periodo determinato, sia il Parlamento sia il capo dell’esecutivo (in genere il Presidente della Repubblica, come ad esempio negli Stati Uniti d’America).

Nei sistemi presidenziali il governo è più stabile rispetto ai sistemi parlamentari, giacché il capo dell’esecutivo dura in carica il numero di anni stabilito dalla Costituzione, e il Parlamento non può revocarlo. Però nulla garantisce che Parlamento ed esecutivo abbiano lo stesso programma politico e ciò produce spesso la paralisi politica in merito ad alcune scelte del governo (negli Stati Uniti, succede molte volte e per molti anni che il Presidente appartenga a un partito e il Congresso abbia una maggioranza del partito opposto).

Esiste anche un sistema semi-presidenziale, tipico della Francia. In questo sistema esiste sia un Capo dello Stato eletto dal popolo, sia un Governo che deve godere la fiducia del Parlamento. Qualora il Capo dello Stato sia espressione di forze politiche che controllano anche il Parlamento, è anche di fatto alla guida dell’esecutivo e accentra su di sé i poteri molto ampi; se invece in Parlamento la maggioranza esprime un esecutivo di colore politico diverso dal Capo dello Stato, quest’ultimo è paragonabile a un comune Capo di Stato di un sistema parlamentare.

Sfiducia costruttiva

Si chiama sfiducia costruttiva il meccanismo, tipico della Germania, per cui l’esecutivo (Governo, o giunta regionale, o giunta provinciale o giunta comunale e simili) non è obbligato a dimettersi se l’assemblea rappresentativa esprime sfiducia, ma solo se l’assemblea esprime sfiducia e contemporaneamente (o entro un tempo brevissimo) indica (o designa o addirittura elegge, secondo i diversi sistemi costituzionali) un esecutivo alternativo. Va notato che questo meccanismo non garantisce in assoluto che non vi siano crisi di governo senza la costituzione di un governo alternativo: l’esecutivo in carica è sempre libero di dimettersi quando vuole.

Cambia però il meccanismo giuridico: l’esecutivo che viene messo in minoranza in Parlamento può, giuridicamente, rimanere in carica se il Parlamento è incapace di formare una maggioranza alternativa. Se però si dà un caso del genere (e cioè un esecutivo che continua a governare pur essendo ormai in minoranza), la situazione può durare solo per breve tempo, perché alla lunga delle due l’una: o l’esecutivo si dimette, non essendo più in grado di governare col consenso della maggioranza, o l’esecutivo continua a governare contro la maggioranza e quasi sicuramente provoca violente reazioni politiche e sociali.

Uninominale

(collegio uninominale) - Vi è un significato debole e un significato forte (che comprende il significato debole).

Nel significato debole collegio uninominale vuol dire collegio nel quale l’elettore può votare solo per un candidato.
Il collegio uninominale (sia in senso debole, sia a maggior ragione in senso forte) “si sposa" spontaneamente con un sistema maggioritario’: tende cioè a dare alla lista che vince in voti a livello nazionale molti più seggi di quanti ne otterrebbe in proporzione ai voti ricevuti, e reciprocamente e necessariamente tende a dare alle altre liste meno seggi, con svantaggio crescente al decrescere dei voti. Il collegio uninominale quindi, oltre a determinare spontaneamente un sistema maggioritario, tende anche a far scomparire le formazioni più piccole, a meno che non abbiano un forte radicamento territoriale in qualche specifico collegio elettorale.

Nel significato forte collegio uninominale vuol dire collegio nel quale, non solo l’elettore può votare solo per un candidato, ma per di più al collegio spetta un solo seggio. Nel caso del collegio uninominale in senso forte o puro o secco (cioè che dispone di un solo seggio), chi ottiene più voti vince l’unico posto in palio, e i voti dati agli altri candidati vanno tutti sprecati: si può quindi vincere anche col 20% dei voti, se ciascuno degli altri candidati ha ottenuto di meno. È il sistema britannico. Si tratta di un sistema che, in generale, dà alla lista che ottiene più voti a livello nazionale molti più seggi di quanti ne otterrebbe col sistema proporzionale: tecnicamente la prima lista potrebbe conquistare tutti i seggi in palio (se arrivasse primo in tutti i collegi). In generale la seconda lista riesce a conquistare un certo numero di seggi (riesce cioè ad arrivare prima in un certo numero di collegi), ma ne ottiene molti meno di quanti ne otterrebbe col sistema proporzionale. La terza lista, poi, rischia di scomparire, e così via.
Potrebbe anche capitare, come avvenne nel 1951, che una lista ottenga meno voti di un altra, e vinca però più seggi, poiché suoi voti sono meglio distribuiti sul territorio nazionale, e le permettono di arrivare prima in un numero maggiore di collegi. ln ogni caso il sistema inglese spinge praticamente al bipartitismo e condanna all’irrilevanza le altre forze politiche. Inoltre, premia particolarmente le liste che hanno un radicamento territoriale forte come i partiti autonomisti, regionalisti e indipendentisti.

Se si vuole impedire che un candidato vinca con meno del 50% dei voti, si ricorre al doppio turno. Nel primo turno di elezioni vince il candidato che ottiene il 50% dei voti. Se nessuno ottiene tale cifra, si vota una seconda volta (in genere dopo una o due settimane), e nel secondo turno vince il candidato che ottiene più voti. È, ridotto all’essenziale, il sistema francese (in cui però va ricordato che può partecipare al secondo turno solo il candidato che nel primo abbia ottenuto almeno il 12,5% dei voti). ln un sistema del genere le liste sono spinte per avere maggiori possibilità, a stringere alleanze nel secondo turno: le liste che si alleano si accordano per ritirare i loro candidati meno uno, sul quale fanno convergere i voti. Naturalmente l’accordo è fatto in modo che tutte le liste che si alleano abbiano in alcuni collegi i loro candidati, secondo proporzioni che soddisfano tutti i contraenti del patto.
È un sistema anch’esso fortemente maggioritario, che altera la distribuzione dei seggi a vantaggio delle formazioni più grandi.

Con opportuni accorgimenti, però, si può rendere un sistema a collegio uninominale molto vicino al sistema proporzionale, o addirittura sostanzialmente proporzionale, come avviene in Germania. l collegi elettorali uninominali sono eguali alla metà dei seggi da ricoprire. Ciascuna lista che superi lo sbarramento del 5%, oltre i seggi che ha vinto direttamente nei singoli collegi, ha diritto a tanti seggi ancora, recuperati da un collegio unico nazionale, quanti ne sono necessari per raggiungere il numero dei seggi che gli spettano in base alla proporzione dei voti ricevuti.

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