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Non siamo soddisfatti. Ma la partita resta aperta, apertissima

Questo è un commento a caldo. Per dare un giudizio più compiuto sulla sentenza della Corte Costituzionale di oggi, 25 gennaio 2017, in merito alla legge elettorale per la Camera dei Deputati (il cosiddetto “Italicum”), bisognerà leggere le motivazioni della stessa, che verrano depositate attorno alla metà di febbraio. Tuttavia, qualche indicazione possiamo già darla...

Cosa ha deciso la Corte Costituzionale?

La Corte era chiamata a esprimersi su quattro questioni.

Il ballottaggiotra le prime due liste al fine dell’assegnazione del premio di maggioranza: la Corte lo ha correttamente bocciato. Sarebbe stato l’unico caso al mondo di un ballottaggio scollegato dall’elezione di una carica monocratica (presidente o sindaco).

Il premio di maggioranza cche porta al 54% i seggi assegnati alla lista maggiore tra quelle che superano il 40% dei voti validi: la Consulta ha scelto di tenerlo, probabilmente rifacendosi alla sentenza del 2014 sul cosiddetto “Porcellum”, nella quale cassò il premio non in quanto tale ma perché non legato a una soglia minima di voti per farlo scattare. Una decisione discutibile, perché comunque rimane una forte deformazione del voto popolare, tale da far sì che potenzialmente un 14% dei seggi (la distanza tra il 40 e il 54%) non siano assegnati proporzionalmente, andando a vantaggio di una sola lista. Un regalo che, stando ai numeri delle ultime elezioni politiche, potrebbe valere fino a quasi 5 milioni di voti!

I capilista bloccati, cioè la priorità nell’elezione per ciascuna lista del deputato indicato come primo nelle lista stessa, a prescindere dalle preferenze realmente raccolte: gli ermellini li hanno fatti sopravvivere. Una scelta che non ci piace, giacché, per il combinato disposto con i collegi piccoli in media da sei eletti (nell’“Italicum” sono ben cento, sia pur con riparto nazionale, ma questo è un altro discorso), solo nei pochi casi in cui una lista riesca a ottenere più di un eletto – deve avere di norma grossomodo un terzo dei voti, a volte può riuscirci con meno, comunque mai sotto il 16% nella situazione limite più ottimistica, ma anche più casuale - si useranno le preferenze per stabilire il secondo eletto di quella lista nel dato collegio. In tutti gli altri casi, molto più frequenti, verrà eletto il capolista bloccato, vanificando le preferenze espresse dagli elettori.

L’opzione di scelta del collegio in cui essere dichiarati eletti da parte di capolista candidatisi e risultati eletti in più collegi (opzione che dà al capolista pluricandidato il potere di scegliere di fatto dove far scattare gli eventuali eletti con le preferenze): la sentenza ha giustamente sancito l’illegittimità. Tuttavia, ciò non vuol dire che non ci possano essere comunque pluricandidature di capolista bloccati, ma che sarà il sorteggio e non il capolista, in caso di elezione plurima, a decidere il seggio dove “scattare”. Dal canto nostro, siamo contrari al capolista bloccato, quindi ci interessano relativamente le modalità di opzione del seggio..

Che sistema rimane dopo la sentenza?

In piedi resta un sistema elettorale che è un Giano bifronte. Qualora una lista superi da sola il 40% dei voti validi, scatterà un premio di maggioranza pari al 54% dei seggi (se le liste a superare la soglia sono due, il premio scatta solo alla prima per voti): si tratta di un maggioritario con ripartizione dei seggi restanti proporzionale per le altre liste che hanno superato lo sbarramento del 3% previsto dall’“Italicum”.
Se invece nessuna lista supererà il 40% dei voti, allora resterà un buon proporzionale con sbarramento al 3%, complicato però da una sistema in cui i capolista bloccati, addirittura pluricandidabili, vanificano nella gran parte dei casi l’esercizio delle preferenze da parte degli elettori. Insomma, un proporzionale non ottimale.

E ora che succede?

La Corte ha dichiarato il sistema partorito dalla sentenza “suscettibile di immediata applicazione”. In altri termini, ci si può votare da subito. Ma va ricordato che è un sistema valido solo per la Camera dei Deputati: il Governo Renzi l’aveva pensato per andare a regime insieme al Senato riformato, non più eletto direttamente dai cittadini, ma la riforma costituzionale è stata bocciata nel referendum dello scorso 4 dicembre. Invece per il Senato è immediatamente applicabile il cosiddetto “Consultellum”, cioè un proporzionale con preferenze, con facoltà di coalizzarsi prima del voto e con sbarramenti variabili su scala regionale (8% per i non coalizzati, 3% per i coalizzati purché appartenenti a coalizioni che superino il 20%, e recupero della lista con il risultato migliore tra quelle che non hanno superato lo sbarramento del 3 in una coalizione che ha superato il 20%), risultato dei rilievi della Corte al “Porcellum” nel gennaio 2014.
Pertanto, a meno di una precipitazione del quadro politico che porti a elezioni anticipate con due diverse leggi elettorali per i due rami del Parlamento, quest’ultimo dovrebbe nei prossimi tempi seguire gli auspici del Presidente della Repubblica Mattarella ad “armonizzare” i due sistemi elettorali.

Fin da ora bisogna battersi più intensamente per il proporzionale, mantenendo alta la guardia. Infatti, nell’armonizzazione, bisogna evitare il rischio che si partorisca un mostro che riprende il peggio dei due sistemi genitori: da quello della Camera, il potenziale premio di maggioranza, i capolista bloccati e i collegi piccoli (sebbene c’è recupero dei resti nazionale, insieme ai capolista bloccati, contribuiscono a rendere insignificanti le preferenze); da quello del Senato, lo sbarramento elevatissimo (8% su scala regionale) per chi non si coalizza, caso unico in Europa.
L’unica armonizzazione per noi possibile è quella sul minimo comun denominatore: proporzionale con sbarramento basso per tutte le liste, collegi non troppo piccoli e preferenze.

Diamoci da fare!

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