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Legge elettorale, la matematica non è un’opinione: il premio che non premia

L’Italicum – quel che ne resta – è inservibile in una repubblica parlamentare bicamerale. Prima ancora che per ragioni costituzionali, politiche o ideologiche, per banali e oggettive ragioni matematiche che esponiamo in tre articoli. Cominciamo dal premio di maggioranza

Si discute molto, dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 25 gennaio sul cosiddetto Italicum, su come “armonizzare” – richiesta fatta dal Presidente della Repubblica Mattarella, ripresa dai Presidenti di Camera e Senato e da alcune forze politiche – i due sistemi di voto attualmente vigenti per i due rami del Parlamento. Richiesta che appare legittima a fronte di differenze e incongruità che appaiono significative, ma che può essere declinata al rialzo, e cioè migliorando entrambe le leggi elettorali, o al ribasso, e cioè peggiorandone i risultati.

Una prima fondamentale differenza riguarda il premio di maggioranza, cioè quel pacchetto di seggi attribuiti a una lista o a una coalizione arrivata per prima, in aggiunta ai seggi che quella lista o quella coalizione ha ottenuto in base ai voti effettivamente ricevuti, e che consente automaticamente il raggiungimento della maggioranza dei seggi. Alla Camera, con la legge generata dalla sentenza del 25 gennaio, non esistono coalizioni e il premio è attribuito su scala nazionale alla prima lista che superi il 40% dei voti, e la porta al 54% dei seggi. Al Senato, invece non esistono invece premi di maggioranza. Parliamo volutamente al plurale (“premi”) perché, in base all’articolo 57 della Costituzione, «il Senato della Repubblica è eletto a base regionale salvo i seggi assegnati alla circoscrizione Estero». Pertanto, anche reintroducendo al Senato un premio di maggioranza che scatti sopra una certa soglia (oggi al 40%), come nella legge elettorale ora vigente per la Camera, questo premio andrebbe calcolato regione per regione. A meno che nell’improbabilissimo scenario che una stessa lista non sia in grado di vincere i vari premi superando la soglia per farli scattare e arrivando prima in tutte o quasi le regioni italiane, non si avrebbe quindi una maggioranza certa neanche al Senato.

Di conseguenza, se per “omogeneità” s’intende la riproposizione del premio di maggioranza al senato su base regionale avremmo un fattore distorsivo (il premio, appunto) ma nessun vantaggio, né in termini di governabilità, né tantomeno in termini di corretta rappresentanza che verrebbe, appunto, ulteriormente distorta. L’unica “omogeneità” praticabile e vantaggiosa sarebbe dunque l’abolizione del premio di maggioranza anche alla Camera, opzione che riporterebbe a un proporzionale “puro”, seppur corretto dalla soglia di sbarramento.

Un'altra differenza rilevante, come precedentemente accennato, è che mentre la legge della Camera assegna piena centralità alle liste, nel caso del Senato riconosce le coalizioni, addirittura determinando soglie differenziate a seconda della collocazione di una lista rispetto a queste. In particolare, sono ammesse alla ripartizione dei seggi le liste che superano l’8% se non coalizzate, il 3% se coalizzate purché appartenenti a coalizioni che superino il 20%, e la lista con il risultato migliore tra quelle che non hanno superato lo sbarramento del 3 in una coalizione che ha superato il 20%.

Una norma assurda e arzigogolata, completamente sperequativa. “Armonizzarla” verso il meglio vorrebbe dire, in questo caso, eliminare le coalizioni e uniformare al 3% le soglie per le singole liste; mentre sarebbe una inutile complicazione fare il contrario, e cioè reintrodurle alla Camera pur sapendo che, come spiegato in precedenza, in condizioni di tripolarismo è irrealistico aspettarsi una maggioranza omogenea al Senato.

Anche in questo caso, dunque, sarebbe un pessimo affare.

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